STORIA DI UNA GRANDE MAMMA

Figlio di un padre forte (e scarsamente intelligente a mio avviso, in quanto molto spesso zittiva il figlio già adulto davanti a testimoni dicendogli che lui non capiva niente) e di una madre subdola ed ipocrita (che mi odiava e mi criticava con terze persone anche quando le servivo e non si faceva scrupolo di usarmi) il padre di mia figlia è  un debole, un bugiardo seriale, sottomesso coi forti e prepotente coi deboli.

Ci siamo conosciuti dopo il suicidio della sua prima fidanzata (non conosco il vero motivo di tale gesto, tutto quello che so è che il loro rapporto era osteggiato in famiglia, che loro due erano scappati e che la famiglia di lui aveva fatto intervenire le forze dell’ordine, benché i due fossero maggiorenni) avvenuto qualche anno fa.

Col tempo io pensavo che con me lui avesse ritrovato l’equilibrio ma poi sono cominciati i tradimenti e le minacce per costringermi ad abortire.

La dedizione all’alcool è peggiorata drasticamente dopo la nascita della figlia, gravemente autistica. Pochi mesi dopo anche io e la mia bambina siamo fuggite da mia madre. Ero andata a fare un colloquio di lavoro e lui era a casa con la piccola di nove mesi. Tornando, sento le urla dalle scale e il pianto disperato della bambina. Si sentiva dal piano di sotto lui che gridava ” Stai zitta, stai zitta, non ti sopporto più”.

I vicini erano sul pianerottolo. Volo dentro. La bambina abbandonata in camera sul letto grande (e fosse caduta…), urlante, sporca, spaventata. Lui in cucina, a guardare la tv, con diverse bottiglie di vino vuote sul tavolo.

Dopo neanche due ore eravamo lontane e a casa non ci siamo tornate più, nonostante le scuse e le promesse di migliorare.

E miglioramenti ovviamente non ci sono stati. Quando la bimba aveva due anni lui era venuto a trovarla, io e mia mamma sempre presenti. Era estate, la bambina era a terra sulla classica coperta a giocare. Lui le ha detto con mala grazia di alzarsi e andare da lui, cosa che lei, impegnatissima nel suo gioco, non ha fatto. Allora lui repentino l’afferra per i polsi e la scuote sollevandola e urlando che lui è suo padre e lei deve obbedire.

Mia mamma gli ha strappato la bimba dalle mani ed è scappata. Io mi sono frapposta fra loro perché lui non le seguisse nonostante lui strattonasse anche me: poi è arrivato il figlio dei miei vicini che in qualche modo lo ha buttato fuori casa e malamente spinto per le scale.

Non ho denunciato per non fargli avere grane e adesso me ne pento ora.

Pentimenti e promesse sono seguiti, come al solito. Lui diventa cliente del SERT di Casale e poi di una struttura sanitaria di Torino.

Tenuto il più lontano possibile da noi, sempre sul filo del rasoio, facendogli vedere pochissimo la figlia, tanto era lui che quasi sempre mancava agli appuntamenti, ubriaco da qualche parte, se non coinvolto in qualche incidente stradale.

Sostegni economici per la figlia erano praticamente inesistenti; continua a perdere un lavoro dietro l’altro per colpa del bere.

Finisce al pronto soccorso più di una volta: significativa una all’ospedale di Casale dove viene ricoverato per una ferita al capo e ricoverato in neuropsichiatria per una settimana.

Muore suo padre, poi la madre. Lui si fidanza, vende tutte le proprietà e i due partono all’estero, ovviamente a noi nulla è stato dato o lasciato (quando l’unica cosa che chiedevamo era il pianoforte, ma questa è un’altra storia…).

Dopo tre anni si ripresenta da noi, senza attenuare gli atteggiamenti aggressivi verso mia madre, che è su una sedia a rotelle.

Una sera tardi io mi ero sdraiata qualche minuto per via del mal di schiena, quando lo sento urlare con la bimba. Li raggiungo di volata ma lui non mi vede, quindi assisto a tutto non vista. La bambina aveva lasciato cadere a terra la carta di una merendina e lui tentava di fargliela raccogliere tirandole le braccia. Mia mamma interviene dicendo “Lasciala stare, non vedi che è una ragazzina diversa? Se è così è anche responsabilità tua!”

Lui risponde queste esatte parole (non le dimenticherò mai, sono incise a fuoco nella memoria)  “il mio seme è buono, io ho un’altra figlia normale! È il terreno dove ho seminato che è marcio. Hai una figlia che fa schifo”.

Alla fine non si vergognava neanche di alzare le mani sul padre ottantenne malato di Alzaimeher. Di episodi simili potrei narrarne molti altri… dall’essere chiamata brutta culona, nullafacente e amenità di questo tipo.

Adesso sono disperata. È penso solo al modo di riavere la nostra vita… io e mia figlia, intendo.

2018-09-30T07:34:27+00:00