Su La Repubblica l’appello della Presidente Bo Guerreschi per chi è bloccato in Afghanistan

2 Novembre 2021- La Repubblica ha pubblicato il primo Novembre un articolo dedicato all’imminente apertura di un corridoio umanitario italiano a favore di migliaia di persone in Afghanistan, riportando la testimonianza diretta che la bon’t worry ha ricevuto da una sua operatrice afghana bloccata nel suo paese.

L’associazione, infatti, realizza la sua missione di contrasto alla violenza di genere anche in Afghanistan attraverso operatori locali come Hameeda, portando un cambiamento concreto nella vita delle donne afghane. Il lavoro svolto da Hameeda e da chi come lei ha consentito alla bon’t worry di estendere i propri obiettivi a contesti complessi e drammatici come quello dell’Afghanistan si è dimostrato prezioso e in grado di aiutare in maniera effettiva le vittime. Ma ora, per questa stessa collaborazione con l’ong italiana, Hameeda e le altre volontarie sono diventate target dei talebani, che le vogliono punire con la morte. E quando non è possibile ucciderle direttamente si rivalgono su familiari e cari. In assenza di Hameeda, la sua anziana mamma è stata oggetto di una brutale aggressione in casa propria che l’ha vista infine essere crudelmente gettata dalle scale.

Denuncia Di Bo Guerreschi

La Presidente Bo Guerreschi denuncia la tragicità dell’attuale situazione e lancia un chiaro appello: è frustrante non poter aiutare chi ha contribuito al lavoro dell’associazione ed è straziante sapere quali conseguenze stiano subendo e possano subire. È dunque necessario aprire un canale che consenta di salvare Hameeda e le persone che si trovano nella medesima condizione.

Si sta lavorando da settimane per un patto d’intesa tra Istituzioni e organizzazioni umanitarie con l’obiettivo di creare un corridoio umanitario che porti in salvo in Italia per i prossimi due anni gli afghani che sono riusciti ad entrare in Iran e Pakistan. Si tratta senz’altro di un’iniziativa importante nonché dovuta a chi oggi è in pericolo per aver lavorato con il nostro paese. Certamente, buona parte del merito di aver reso possibile quest’azione va riconosciuta alle organizzazioni private, le quali finanziano l’accoglienza e dimostrano concretamente la volontà di rispondere all’emergenza dei profughi afghani.

Tuttavia, ciò che preoccupa è proprio la condizione di chi non riesce a uscire dall’Afghanistan e che non potrebbe così usufruire del canale legale e sicuro in procinto di istituirsi.

Alla luce di una realtà in cui si assiste ad una costante e sistematica negazione dei diritti fondamentali, alla quotidiana e indefessa persecuzione di chi sia reo di aver lavorato con sedi diplomatiche, organizzazioni umanitarie e soldati occidentali, appare urgente mettere in atto una politica di accoglienza a livello internazionale mediante corridoi umanitari, reinsediamenti e ricongiungimenti familiari, chiamando alla responsabilità i singoli Stati. Non è accettabile, come sottolinea la Presidente Bo Guerreschi, “stare a guardare in silenzio”. La bon’t worry, dal canto proprio, si impegna a sostenere singole persone e famiglie afghane provvedendo, con i mezzi a disposizione, a consentire che raggiungano paesi sicuri: grazie all’associazione una famiglia è stata trasferita dall’Iran al Giappone e un’altra è seguita in vista di un futuro trasferimento dall’Afghanistan all’Italia.

Ciononostante, il maggiore e più efficace sostegno non può che provenire dalla volontà degli Stati di creare le condizioni legali per la sicura messa in salvo di chi, come Hameeda, è condannato a fuggire da una spietata oppressione.

 

 

2021-11-02T17:30:49+00:00
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